Più difese naturali e col batterio si convive

Cristos Xiloyannis non condivide il piano di eradicazione degli olivi, una scelta risultata inutile in altri casi. Per combattere la malattia è meglio ricorrere a una gestione sostenibile, a cominciare dal ripristino della fertilità dei suoli


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«Con una malattia come il complesso del disseccamento rapido dell’olivo si deve imparare a convivere. L’esperienza con altri batteri che hanno colpito altre specie arboree da frutto (batteriosi del kiwi, Ervinia amylovora del pero…) conferma che l’eradicazione delle piante è inutile di fronte a batteri come Xylella fastidiosa, ospite non solo dell’olivo ma di centinaia di altre specie di piante. Bisogna invece rafforzare le difese delle piante, tornando a nutrire il terreno con sostanza organica e a rispolverare buone pratiche come la trinciatura delle malerbe e la potatura, annuale e con piccoli tagli, perché l’ulivo ha bisogno di luce e aria in ogni sua parte».

Colpite altre specie
Cristos Xiloyannis, ordinario di Fisiologia delle specie da frutto, frutticoltura generale e tecniche vivaistiche presso il dipartimento delle Culture europee e del Mediterraneo: architettura, ambiente, patrimoni culturali (DiCEM) dell’Università della Basilicata, non condivide la misura d’emergenza dell’eradicazione degli ulivi e cita l’esempio della batteriosi del kiwi nel Lazio, che alcuni anni fa ha portato all’eradicazione di circa mille ettari di kiwi, fino poi ad accorgersi dell’inutilità di quella soluzione.
«Appena accertata l’esistenza del batterio in oliveti pugliesi, spinto da curiosità e dubbi, sono andato a cercarne la bibliografia scientifica. È emerso che lo stesso batterio, sottospecie multiplex, è stato rinvenuto alcuni anni fa in California proprio su olivo. Eminenti studiosi hanno pubblicato, nel 2014, un lavoro scientifico (Krugner et al., 2004, Plant Disease vol. 98(9) pag. 1186) che ha portato all’isolamento di sei ceppi di X. fastidiosa subsp. multiplex. Di questi, quattro sono stati inoculati (sia inoculo meccanico che attraverso il vettore – cicalina) su 300 olivi in vaso posti in ambiente controllato, cioè in serra. Dopo un anno di osservazioni hanno verificato che solo sul 2-3% delle piante inoculate hanno ritrovato il batterio.

Tecniche
Gli stessi autori hanno suggerito che l’inoculo del batterio di per sé non è sufficiente a determinare il disseccamento dei rami, e che le piante possono “controllare” (self limiting) l’infezione verosimilmente grazie alle loro difese naturali (sistema immunitario), che vanno quindi rafforzate attraverso una revisione del sistema di gestione dell’oliveto.
Il sistema oliveto nel suo complesso (suolo+piante+ambiente) andrebbe rinforzato promuovendo tecniche in grado di arricchire la sostanza organica nel suolo e, di conseguenza, la fertilità microbiologica del suolo e della fillosfera.
«I terreni fertili, ricchi di sostanza organica, in cui le piante sono gestite in maniera corretta, sono ricchissimi di microrganismi (basti pensare che in un cucchiaino di terra ce ne sono miliardi!), importanti per il benessere delle piante perché facilitano la loro nutrizione, aiutano la penetrazione dell’acqua nelle radici, creano barriere contro i patogeni, favoriscono interazioni positive con le radici, producono ormoni favorevoli alla crescita della pianta, elaborano metaboliti secondari utili per combattere eventuali malattie. Il terreno è come il nostro intestino: la flora microbica, se è in equilibrio, si nutre bene e contribuisce a combattere/prevenire le malattie dell’organismo umano. Pure sulle foglie vivono microrganismi che svolgono funzioni simili a quelle compiute dai microrganismi attivi nel terreno, aiutando le piante a difendersi naturalmente da eventuali patogeni».

Gestione sbagliata
Ebbene, che cosa è accaduto nel Salento e altrove? Per decenni alcuni olivicoltori, «spinti dalle politiche comunitarie degli aiuti e dalla non sostenibilità economica di quel tipo di olivicoltura, hanno messo in tasca i contributi e dimenticato le buone pratiche agricole. Così hanno gestito in maniera sbagliata il terreno e gli olivi. Hanno diserbato e consumato la sostanza organica del suolo, potando ogni 4-5 anni. Hanno semplificato in maniera estrema il sistema oliveto e la gestione delle risorse, distruggendo l’ecosistema. Analizzando il terreno, si scopre che il contenuto in sostanza organica è inferiore all’1%. Terreni con meno dell’1% di sostanza organica sono considerati desertici dal punto di vista microbiologico, in essi non c’è vita, tranne che, forse, nei primi 2-3 cm».

Né aratro né fresa
In questo “deserto” la Xylella ha trovato piena libertà di operare e diffondersi, non essendo contrastata dalle difese immunitarie della pianta, ormai già indebolite.
«Per contrastare in maniera corretta questa malattia bisogna in primo luogo ripristinare la fertilità dei suoli. In tale direzione è sbagliato arare o fresare, come auspica il “Piano di interventi”, perché, arieggiando il suolo per 10-15 cm, si provoca un doppio danno: si brucia il poco di sostanza organica che si trova in superficie e si favorisce il flusso di carbonio nell’atmosfera. Inoltre, quando un aratro o una fresa entra in campo, forma la suola di lavorazione, il terreno si compatta e assorbe acqua con estrema difficoltà: da nostre prove, effettuate su oliveti non lavorati (usando soltanto la trinciatura) e oliveti lavorati a 13 cm di profondità, abbiamo verificato che la velocità di infiltrazione verticale dell’acqua alla profondità di lavorazione del suolo (in corrispondenza della “suola di lavorazione”) era di 160 mm/giorno nel suolo non lavorato per 10 anni e di appena 16 mm/giorno nel campo lavorato! Ciò vuol dire che le lavorazioni modificano il ciclo dell’acqua: i terreni non sono più permeabili, hanno perso la capacità di assorbire le piogge e caricare la falda. In più le arature e le fresature tagliano le radici superficiali dell’olivo, le più efficienti nell’assorbire acqua ed elementi minerali nei primi strati di terreno, dove c’è ancora un po’ di vita.».
Per il controllo del vettore, piuttosto che arare o fresare, consiglia Xiloyannis, è preferibile trinciare le erbe spontanee, così come i residui di potatura, per aumentare il contenuto di sostanza organica nel terreno.
Oppure, si potrebbe effettuare un’erpicatura leggera, molto superficiale, di appena 2-3 cm. Trinciatura ed erpicatura sono ugualmente efficaci contro le larve della sputacchina media, l’insetto vettore della Xylella».

Meglio il compost
Gli olivi, poi, ha ricordato Xiloyannis, vanno nutriti e non abbandonati a se stessi, come è invece accaduto negli ultimi anni, se non decenni. Ma come nutrirli?
«Consiglio di limitare l’impiego di concimi minerali, utilizzabili solo per integrare, se proprio necessario, e di andare verso le concimazioni organiche. Molto meglio il compost, che apporta al suolo sostanza organica, quindi carbonio, e gli elementi minerali per soddisfare le esigenze delle piante e promuovere la formazione di un habitat favorevole allo sviluppo di microrganismi. Vanno bene 15-20 t/ha di compost sfuso, che tra l’altro costa poco, spargendolo sulla superficie del terreno. Peraltro, il ricorso al compost, che deriva anche dalla frazione umida della raccolta differenziata, stimola lo sviluppo di una cultura nuova sul riciclo dei rifiuti organici. E invece nel “Piano di interventi” non si parla affatto di compost! ».
Olivi ben tenuti, nutriti e gestiti al meglio sotto il profilo agronomico, riuscirebbero benissimo a convivere con la malattia e contenerla. «Questa è la strada da seguire, non quella dell’eradicazione, che si è rivelata inutile già in altri casi, come con la batteriosi del kiwi e il colpo di fuoco del pero. Il caso della batteriosi del kiwi nel Lazio è il più recente: dopo aver abbattuto più di 1.000 ha di actinidieti, ci si è accorti che tutti quei tagli non sono serviti a nulla. Altrove invece, in Nuova Zelanda, hanno imparato a convivere con il batterio, grazie a una corretta gestione del frutteto. È fondamentale anche la cura della parte aerea: occorre intervenire ogni anno con potature leggere, per eliminare i rami secchi o eccessivi, disinfettare i tagli con rame, sterilizzare gli attrezzi da lavoro con varichina, nel passaggio da un albero all’altro, per non trasferire il batterio, creare quelle condizioni che consentano la penetrazione della luce e la circolazione dell’aria e quindi l’abbassamento dell’umidità relativa; tutte condizioni non favorevoli per lo sviluppo dei patogeni».

Limitare i danni
La gestione sostenibile dell’oliveto, conclude Xiloyannis, «non risolve il problema, ma consente di convivere con esso, limitando fortemente i danni. D’altra parte, se la Xylella è ormai diffusa sull’olivo e su tante altre specie coltivate e spontanee, anche asintomatiche, l’eradicazione è solo un’illusione pericolosa!».
Conosciamo ancora poco di questo batterio e in particolare di questo ceppo; il gruppo dei ricercatori di Bari ha fatto un eccellente lavoro nell’identificare il ceppo e alcuni dei vettori, ma rimangono tanti altri aspetti da conoscere e approfondire; bisogna fare presto investendo risorse finanziarie nella ricerca (che dovrà essere multidisciplinare a 360 gradi senza trascurare l’ecosistema) per poter dare dei consigli credibili e sostenibili (anche dal punto di vista ambientale) a tecnici, olivicoltori e a tutti gli operatori della filiera. n


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