Olivicoltura in stasi: l’anno che verrà


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Archiviata la disastrosa annata olivicola 2014-15, si attende con apprensione e speranza il prossimo raccolto. Si stima che la produzione 2014-15 sia stata il 40% rispetto all’annata precedente su base nazionale, con una diminuzione drammatica nelle regioni centro-settentrionali (in talune zone si è raccolto solo il 10-20% del prodotto) e significativa nelle regioni meridionali ed insulari. Ci sono seri rischi che, se non si riuscirà ad invertire con opportuni investimenti, tra qualche anno la produzione italiana di olio non supererà 150.000-200.000 t, il che significa di fatto perdere la posizione di secondo Paese produttore al mondo.

I maggiori motivi di apprensione da parte degli olivicoltori in primavera erano legati al ripetersi di un’altra infestazione di mosca di proporzioni simili a quella dello scorso a,nno con conseguente perdita quantitativa e qualitativa del prodotto. Seppur con differenze da zona a zona dovute a fattori ambientali e varietali, ad oggi non vi sono evidenze che si stiano verificando le condizioni che hanno portato ai gravi attacchi del 2014.

La scarsa produzione dell’annata appena trascorsa ha ulteriormente aggravato uno stato già precario della filiera olivicolo-olearia che è riconducibile a fattori strutturali e congiunturali. L’olivicoltura italiana è poco produttiva per vari motivi; tra i più importanti, la prevalente diffusione degli oliveti in terreni di collina e montagna caratterizzati da pendenze elevate e/o sistemazioni permanenti, le ridotte dimensioni aziendali, l’età avanzata degli oliveti, le tipologie di impianto superate. Se è praticamente impossibile modificare i vincoli imposti dal territorio o ampliare le ridotte dimensioni aziendali nel breve e medio termine, si può, invece, agire in modo efficace affrontando il problema della obsolescenza degli oliveti mediante il loro rinnovo secondo criteri moderni, che consentano di aumentare la produttività, ridurre i costi di produzione e, di conseguenza, migliorare la redditività.

Molte realtà olivicole tradizionali italiane si prestano ad essere rese più competitive sostituendo i vecchi impianti. Nelle attuali condizioni economiche il rinnovo può avvenire solo se vi è una forte spinta da parte delle istituzioni, ad esempio attraverso interventi inseriti in un Piano Olivicolo Nazionale, come è stato fatto in tempi più o meno recenti in alcuni Paesi esteri diretti concorrenti dell’Italia. Da più parti, e con una coralità direi unanime, la comunità scientifica italiana si è espressa affinché si creino le condizioni per modernizzare l’olivicoltura. Senza tale rinnovo la diminuzione di quote di mercato e di produzione sarà inevitabile.

Dal punto di vista tecnico è bene sottolineare che questo processo di modernizzazione non può essere vincolato ad un’unica tipologia di piantagione, tale da soddisfare le molteplici esigenze provenienti dagli areali olivicoli italiani. Esistono molte soluzioni tecniche disponibili, tutte rispondenti agli stessi obiettivi, così riassumibili: minori costi, maggiori produzioni, alta qualità, minore impatto ambientale e mantenimento della diversità di oli e varietà. Bisogna sottolineare questo ultimo punto, cioè rinnovare gli oliveti non deve significare la perdita della forte identità che caratterizza l’olivicoltura italiana. Anzi, se possibile, andrebbe rafforzata la grande diversità e qualità delle produzioni italiane, che attualmente conferisce al nostro Paese un indiscutibile, e forse unico, vantaggio competitivo nei confronti di quelli esteri.

L’olivicoltura nella considerazione di molti è un settore immobile e legato per definizione alla tradizionalità dei processi e dei prodotti. Questa non è un’immagine fedele della realtà per le molte novità che sono state introdotte ed utilizzate nella filiera, anche in tempi recentissimi. La ricerca pubblica e privata in Italia hanno sviluppato e continuano a sviluppare innovazioni e nuove conoscenze per migliorare i prodotti e rendere più efficienti i processi produttivi. Le innovazioni e le nuove conoscenze hanno bisogno di essere diffuse e comunicate e tale ruolo spetta alla divulgazione e all’assistenza tecnica. Questo anello della catena è di fondamentale importanza per far sì che le novità giungano agli utenti e alle aziende ove, messe in pratica, possono generare benefici economici, ambientali, qualitativi. Lo stato attuale dell’assistenza tecnica alle aziende non è roseo, ma vi sono molti esempi, anche recenti, di programmi seri che hanno prodotto ottimi risultati.

La crisi produttiva della campagna olearia 2014-15 ha messo a nudo i punti critici, sia tecnici che organizzativi, di cui soffre la filiera olivicola italiana. La crisi è stata così forte da attirare l’attenzione dei media e, quindi, dell’opinione pubblica. Se da un lato non può far piacere che l’interesse su larga scala verso il settore nasca da situazioni di emergenza (vedi il caso della batteriosi nel Salento), va detto che il dibattito che ne è scaturito ha contribuito ad aumentare la sensibilità di consumatori e produttori. Adesso, a tutti i livelli, bisogna agire in modo coerente seguendo gli obiettivi prefissati.


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