Battuta d’arresto per i consumi di olio

Dopo una crescita costante dal 1990 in poi, i consumi di olio mostrano stanchezza


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L’olio di oliva non decolla. Il suo consumo non riesce ad arrivare molto più lontano rispetto ai luoghi in cui viene prodotto e anche i mercati che negli ultimi anni avevano mostrato un certo dinamismo (Stati Uniti, Asia) hanno fatto registrare una battuta d’arresto. Bastano pochi numeri: lo scorso anno nel mondo si sono consumate 2,8 milioni tonnellate di prodotto (in calo rispetto a 2012/13 e 2013/14); di queste oltre 1 milione solo in Spagna e Italia e oltre 1,5 milioni in Europa. Aggiungiamo un altro mezzo milione abbondante dai Paesi del sud Mediterraneo (Siria, in profondo calo causa guerra civile, Turchia, Marocco, Algeria, Tunisia) e ci rendiamo conto che al resto del mondo rimane una fetta piuttosto modesta da dividere. Non solo: in generale il consumo di olio di oliva è cresciuto, nonostante alcuni cali, del 2%, esattamente la metà rispetto all’aumento degli altri olii vegetali. Nel complesso l’oliva rappresenta appena il 3% dei consumi mondiali di olii vegetali.

Sono solo alcuni dei numerosi dati discussi durante la riunione annuale del Consiglio Oleicolo Internazionale (Coi). “Diciamo – ha spiegato Pina Romano, presidente dell’Organizzazione Interprofessionale – che dopo uno sviluppo abbastanza costante dei consumi dal 1990, stiamo osservando una certa stanchezza”. Una stanchezza che ha avuto origine prima in Europa e poi, a partire dal 2012/13, si è estesa al resto del mondo, con un calo più evidente nel 2014.

A complicare la situazione sono state certamente le difficoltà produttive dell’ultima campagna, crollata di un terzo, ma anche la turbolente situazione nel Mediterraneo. In Siria, ad esempio, il consumo di olio, che a livello pro-capite era lo stesso dell’Italia, si è più che dimezzato. Ma a preoccupare di più sono i dati che arrivano da oltre oceano: “quelli che definiamo nuovi Paesi consumatori, come Stati Uniti, Giappone, Cina, Russia, hanno mostrato lo scorso anno un lieve calo”. Gli Usa in particolare rivestono un ruolo centrale per l’Italia, primo Paese esportatore. Qui il consumo è passato da 301,5 mila tonnellate del 2013/14 a 290 mila del 2014/15; in Giappone da 54 a 51 mila, in Cina da 32 a 30 mila, in Canada da 40,5 a 37,5 mila, in Russia da 30 a 26,5 mila. Piccoli spostamenti, tuttavia indicativi di una situazione di stallo.

Che fare? “Bisogna puntare anzitutto sulla conoscenza, attraverso campagne e progetti che evidenzino la valenza salutistica del prodotto”. In Giappone il Coi avvierà quest’anno una campagna promozionale sui benefici dell’olio d’oliva, che proseguirà fino al 2016, coinvolgendo istituzioni e consumatori. Anche in Cina sono previste attività in ambito fieristico, anche se è soprattutto lo sviluppo della produzione locale ad apparire promettente. Il tasto dolente sono però i fondi: “il budget disponibile del Coi è sui 100 mila euro”. Alla necessità di rafforzare la comunicazione positiva sull’olio è legata anche la richiesta di aggiornare o rivedere il metodo di analisi basato sul panel test, che spesso ha innescato polemiche e gettato discredito sul settore. “Per il vino – ha ricordato il presidente del Coi, Luis Folque – si discute di migliore o peggiore qualità, ma non viene mai messo in discussione che si tratti veramente di vino. Per l’olio d’oliva, invece, si assiste da anni ad una lotta per affermare che solo l’olio extravergine è buono e salutare, mentre tutti gli altri non vengono neppure presi in considerazione e basta che un panel riscontri un lievissimo difetto, vero o presunto, per parlare subito di frode. Nessuno vuole eliminare il panel test ma dobbiamo chiederci se non stiamo facendo un prodotto per esperti più che per il consumatore”.

Per il futuro non mancano comunque segnali di speranza: “le premesse per la nuova campagna – ha concluso Romano – sono buone, le condizioni climatiche positive. Expo inoltre rappresenta una grande occasione per promuovere l’olio di oliva come cardine di un’alimentazione sana”.

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